martedì 18 settembre 2012

La mucca Margherita (Svizzera - Canton Vaud)



In una bellissima fattoria vicino alla riva del Lago Lemano in Svizzera,  viveva una mucca che le sue compagne chiamavano Margherita. 

Era una mucca dolce e sempre sorridente che le altre mucche adoravano. Anche gli altri animali della fattoria la rispettavano e spesso, se avevano bisogno di un consiglio, è a lei che si rivolgevano perché era molto saggia e servizievole. Un bel giorno Margherita mise al mondo un vitellino. Era proprio bello e tutte le mucche e gli altri animali della fattoria e della vicina foresta le fecero i complimenti: non era da tutti i giorni vedere una coppia mamma vitellino così ben assortita e felice.


Ma, come in tutte le storie c’è un ma, il fattore decise che secondo le nuove regole degli esperti veterinari il vitellino, come tutti i vitellini, doveva essere separato dalla mamma per imparare ad essere indipendente. Purtroppo capita che i veterinari non abbiano bambini o che non abbiano esperienza o che, in nome della scienza, diano dei consigli senza chiedere il parere degli animali che dovrebbero avere il diritto di esprimersi, ma che non comunicano con i loro padroni.

Margherita soffriva molto, non sorrideva più e le sue amiche mucche cercavano invano di consolarla. Dopo qualche giorno la nostra mucca, durante una notte in cui non riusciva a dormire, ebbe un’idea luminosa. Per realizzarla però aveva bisogno dell’aiuto di tutto il suo piccolo mondo, eccetto naturalmente il fattore, che doveva rimanere all’oscuro di tutto. 



All’aurora, mentre tutti dormivano, si avvicinò alle sue amiche mucche, le svegliò una a una e mormorò loro qualcosa nelle orecchie. “Nessun problema” risposero queste bisbigliando.


Quando il ragazzo che si occupava delle mucche andò ad aprire il portone della stalla le trovò tutte pronte in fila e in un batter d’occhio uscirono e si diressero rapidamente verso il prato dove avrebbero dovuto pascolare quel giorno. Il ragazzo rimase meravigliato da questo comportamento, di solito ci volevano sforzi non da poco per far uscire le mucche e qualche volta doveva ricorrere persino all’aiuto dei cani, ma fu contento per una volta di essersela cavata così bene e senza problemi.


Una volta raggiunto il prato restarono tutte unite per nascondere Margherita che, mentre nessuno la vedeva, si mise prima in mezzo alla mandria, poi senza farsi vedere sgattaiolò nella foresta che si trovava lì dietro.


Camminò un bel po’, poi si fermò in una radura e, armata di santa pazienza, si mise ad aspettare. Dopo qualche minuto fu circondata da un folto gruppo di folletti che le chiesero: “Cosa fai qui, Margherita? Perché ti chiami Margherita, vero?” “Sì, rispose la nostra mucca, e sono qui perché ho un grosso problema e mi occorre il vostro aiuto”. 



Raccontò loro la sua triste storia e spiegò che sia lei che il suo vitellino soffrivano molto. 
“Voi che trovate soluzioni ad ogni problema, vi prego, aiutateci”.
Il più vecchio dei folletti le rispose: “Cara amica, troveremo senz’altro una soluzione al tuo problema. Ora torna veloce al tuo prato, prima che il tuo padrone e il guardiano si accorgano della tua assenza. Ti prometto che verremo presto a darti una buona soluzione al tuo problema”. 



Rassicurata dalle parole del folletto, Margherita trotterellando tornò al prato da cui era partita e raccontò alle sue amiche quello che era successo. Poi aspettò piena di fiducia.


La sera stessa un gruppetto di folletti venne a ispezionare i luoghi.


Esaminarono la stalla delle mucche, quella dei vitellini, la posizione dei prati, la casa del padrone, quella dei ragazzi che si occupavano delle mucche e infine anche il pollaio, perché le galline si mettono sempre a schiamazzare se sono disturbate e, secondo il piano, non si doveva fare rumore se si voleva che tutto andasse bene. Avvertirono tutti gli animali della fattoria, poi i folletti tornarono nella foresta.

L’indomani mattina presto il Capo Folletto scivolò in mezzo alle mucche, raggiunse Margherita, che dopo la sua promessa, per la prima volta da quando l’avevano separata dal suo vitellino, aveva dormito tranquilla, e le spiegò nei dettagli la soluzione che aveva trovato.
“A stasera”, disse il Vecchio Folletto.
“A stasera” rispose Margherita.   

Appena divenne buio tre folletti si avvicinarono alla fattoria. Il primo aprì la porta della stalla dei vitellini, il secondo fece uscire il figlio di Margherita, il terzo aprì la porta della stalla delle mucche per farlo entrare. Senza far rumore mamma e figlio si abbracciarono (come possono abbracciarsi una mucca e il suo piccolo), si accucciarono al caldo l’uno vicino all’altra e si addormentarono felici. Tutti erano contenti e dormirono tranquilli per l’intera notte. E anche le successive, perché appena calava il buio i tre folletti andavano a prendere il vitellino, lo accompagnavano dalla sua mamma, e all’aurora lo riaccompagnavano nella sua stalla. Quando il padrone la mattina faceva il suo giro di verifica delle stalle trovava tutto in ordine. Eccetto un piccolo dettaglio: la porta della stalla dei vitellini era sempre aperta. 


Ma siccome tutti i piccoli erano sempre al loro posto, Non si preoccupò più di tanto. E non seppe mai che i folletti non riuscivano a chiudere il lucchetto che era diverso dagli altri che conoscevano.

E da quel giorno la fattoria fu chiamata 


"La Fattoria delle Mucche Felici".  

lunedì 28 maggio 2012

Zip, il piccione arcobaleno

Le avventure di Zip, il Piccione

La nostra storia inizia con quella di Edo, un vecchio piccione che aveva preso l’abitudine di raccontare i tanti fatti che conosceva ai piccioncini che i genitori gli affidavano quando andavano a cercare il cibo per le loro famiglie. Edo aveva una straordinaria memoria e ricordava tutte le storie che i suoi antenati avevano tramandato dalla notte dei tempi per tener vivo l’orgoglio di tutti questi volatili che purtroppo non sono sempre capiti e stimati come meriterebbero.

Fra i suoi ascoltatori più fedeli c’era Zip, un piccolo chiamato così perché era velocissimo, volava come una freccia. Zip si appassionava per le storie che raccontava il vecchio Edo, e sognava di diventare un giorno un eroe e di intervenire in aiuto dei suoi simili, i volatili. Così si allenava tutti i giorni per potenziare le sue capacità, di volo naturalmente, ma anche di forza perché prevedeva di dover trasportare oggetti, anche pesanti, col becco o con le zampe.

La prima occasione di dimostrare quanto fosse bravo capitò un giorno di primavera: in un nido di passerotti vicino al cornicione dove abitava, papà passerotto si ammalò. Le uova non erano tutte schiuse e mamma passerotta doveva covarle, mentre i piccoli già nati avevano una gran fame.  Zip decise di venir loro in aiuto: aveva adocchiato in una fattoria vicina un’aia dove la contadina passava regolarmente distribuendo cibo e grani alle sue galline. Pensò di portarne un po’ ai passerotti. Volò sull’aia, chiese alle galline il permesso di prendere un po’ di cibo spiegando per cosa gli serviva. 


Le galline accettarono con piacere: avevano anche loro dei pulcini e sapevano quanto era importante che mangiassero abbondantemente tutti i giorni per crescere bene. Zip raccolse in un sacchetto un bel po’ di grani, prese il sacchetto con le zampine e volò via. Mentre stava prendendo il volo, la contadina uscì dalla sua casa e vide il piccolo piccione che a lei sembrava stesse rubandole il cibo: prese una scopa e tentò di farlo cadere. Le galline intervennero in massa, distrassero la contadina mentre Zip metteva il turbo e volava via dopo averle ringraziate con un gesto dell’ala.

I passerotti del nido furono felicissimi delle squisitezze che Zip aveva portato e, messo via un po’ di cibo per l’indomani, mangiarono a sazietà, dopo aver ringraziato il loro amico piccioncino. Questi fu felice dell’esito positivo della sua prima missione e si mise a riflettere su quanto era successo. Se avesse avuto bisogno di tornare dalle sua amiche galline, la contadina l’avrebbe sicuramente riconosciuto e l’avrebbe rincorso con la scopa, come aveva fatto quel giorno. Occorreva trovare una soluzione al problema, per diventare sempre più rapido prima di tutto e poi avere un travestimento che gli permettesse di non essere individuato quando era in giro con la sua famiglia. Non voleva davvero mettere mamma e papà piccioni nei guai e nemmeno i suoi fratelli. Così quella sera si mise a dormire pieno di buone intenzioni: sarebbe partito in ricognizione l’indomani e di sicuro avrebbe trovato un modo per non farsi riconoscere.

La mattina seguente il nostro piccolo piccione cominciò ad allenarsi: doveva raggiungere una velocità tale da non permettere a nessuno di raggiungerlo, con o senza scopa. Dopo un paio d’ore gli sembrò di aver fatto un buon lavoro per quel giorno e si mise alla ricerca di una soluzione per non farsi riconoscere da nessuno. Partì in ricognizione ma non trovò nulla. E così nei giorni successivi. Stava per rinunciare quando sorvolò una fabbrica di vernici: si posò sul balcone degli uffici e si mise ad ascoltare quello che dicevano i venditori  ai possibili clienti.
“Ecco: queste sono lacche e sono a base di componenti indelebili. Queste altre invece sono vernici ad acqua, sono lavabili e se sciacquate subito spariscono del tutto…”  E a Zip venne un’idea luminosa! Intanto il piccioncino continuava ad allenarsi al volo superveloce in attesa di un’occasione per rendersi utile.

E l’occasione si presentò quando sentì un contadino e un addetto alla cura delle foreste parlare fra loro di abbattere un albero che si stava ammalando e che era stato segnato (prima di abbattere un albero nel bosco le guardie forestali li marcano per essere sicuri di non abbattere piante sane). Cercò l’albero in questione e si accorse che c’era un nido molto ben nascosto fra le fronde. Si avvicinò e cercò di avvertire gli abitanti del prossimo abbattimento.
“Non possiamo muoverci da qui… ci sono i piccoli che non sanno ancora volare e poi come faremmo a trasportare il nido?”

“Ci penso io”, disse il coraggioso piccioncino. “Vi aiuterò se promettete di seguire le mie istruzioni”.

Così si levò in volo con papà uccellino per individuare un albero non troppo lontano che avrebbe potuto ospitare la famigliola. Lo trovarono quasi subito: aveva i rami così fitti che nessuno avrebbe potuto vederlo e i piccoli sarebbero stati sani e salvi per crescere tranquilli. Restava il problema del trasloco. Zip andò di corsa (scusate, volando) a casa, prese il suo prezioso sacchetto e tornò all’albero. Prese ad uno ad uno gli uccellini e li mise in salvo in un luogo sicuro. Trasportare il nido fu meno semplice, ma con l’aiuto di papà e mamma uccellini riuscirono a sistemarlo per bene. Poi andarono a prendere i piccoli e, sempre ad uno ad uno li misero nei loro lettini. Ma la giornata era quasi al tramonto ed era rimasto ben poco da mangiare: “Non vi preoccupate, domattina presto provvederò io”.

Al levar del sole Zip volò rapido verso la fabbrica di vernici, si tuffò senza farsi notare in un bidone di vernice verde, andò nell’aia delle sue amiche galline, prese un carico di grani e volò via veloce. 



I contadini e i pastori al vederlo si spaventarono tanto era verde e furono incapaci di reagire. Prima che la vernice si asciugasse Zip volò al nido dei suoi nuovi amici, depositò il cibo, poi volò verso la fontana dell’aia, si mise sotto il getto dell’acqua e la vernice sparì: era tornato ad essere Zip, un qualsiasi piccione in mezzo a tanti.

Zip era felice: aveva trovato la sua strada nella vita. Quella notte dormì tranquillo e anche le notti successive, sempre in attesa di altri animali o persone da aiutare. Per ora non conosco altre sue avventure, ma se l’Airone me ne racconterà di nuove, vi prometto che le troverete qui.

Un po' di storia

Apprendiamo da dati storici che il colombo (più comunemente chiamato piccione) fu il mezzo più rapido per le comunicazioni militari fra i Persiani, gli Assiri, gli Egiziani, i Fenici, i Greci e i Romani. Anche Giulio Cesare li usò per comunicare con le sue armate durante la conquista della Gallia. Perciò fu chiamato colombo viaggiatore.

Nell’Antica Grecia il colombo viaggiatore, oltre a questo tipo di comunicazioni, fu usato per trasportare messaggi religiosi.  E non bisogna dimenticare che i nomi dei vincitori delle “Olimpiadi” venivano diffusi per tutto il Paese con l’uso di questi favolosi uccelli.

Più tardi, al tempo delle “Crociate”, sia i Saraceni sia i Crociati usarono il piccione  viaggiatore, ed in molti casi le notizie trasportate furono utilissime.

Il “Colombo viaggiatore” è l’animale più studiato nei secoli; Aristotele, Varrone e Plinio il vecchio, storici e studiosi greci e latini, cercarono di studiare e comprendere come possano avere tanto senso di orientamento.

A livello sportivo l’attuale “Colombo viaggiatore” nasce in Belgio nella prima metà dell’ottocento. La prima gara sportiva per “Colombi Viaggiatori” fu organizzata a Liegi (Belgio) il 15/07/1820 ed il vincitore nella Sua gabbietta, scortato dalla “fanfara della città” fu portato in giro per le strade cittadine e nei paesi vicini.

In Italia troviamo il maggior numero di piccioni viaggiatori in Toscana, in particolare nella provincia di Livorno.

domenica 1 aprile 2012

Troppo, cane di città



(liberamente tratto da storie vere lette nella cronaca dei quotidiani…)
La storia che segue è stata illustrata tempo fa dai bambini della classe II elementare di Cusano Milanino della Maestra Vita Coppola.


Troppo è un simpatico cane di città. Si chiama così perché il giorno in cui è arrivato in casa, il Papà, già arrabbiato per il lavoro che lo stanca molto, per le spese che aumentano e per la pagella di Carlo, aveva urlato: "Troppo è troppo!..." e se ne era uscito sbattendo la porta di casa arrabbiatissimo. 


Così Troppo gli è rimasto come nome, anche se in realtà è un cane magro magro e muscoloso. E Troppo è rimasto a vivere con la sua nuova famiglia: non gli sembra vero di averne trovata una! Aveva avuto una vita difficile fino a quel giorno, era stato abbandonato due volte e sì che era molto affezionato alle famiglie in cui viveva, anzi aveva una gran nostalgia di loro. 


Ogni tanto ripensava ai bambini e ai ragazzi e si domandava se lo ricordavano. Poi era rimasto a lungo per le vie della città, nutrendosi come poteva e schivando gli accalappiacani quando li vedeva avvicinarsi.  


Quando aveva visto la Mamma con le gemelle aveva avuto una buona impressione e aveva deciso di seguirle. Così si era trovato nella loro casa, con grande gioia delle bambine e di Carlo, il loro fratello. E aveva deciso di mettercela tutta per non farsi mandare via anche da loro: purtroppo un cane non di razza spesso viene trattato con disprezzo e abbandonato quando non serve più.


Da quel giorno, anche grazie ai suoi sforzi, i rapporti in casa sono molto migliorati e tutto fila liscio come nelle migliori famiglie. Forse Troppo ha portato anche un po’ di fortuna, perché il Papà è stato promosso e ora il suo lavoro è meno faticoso e più gratificante, Carlo si è messo a studiare e i suoi voti sono migliorati, la Mamma è più contenta di vedere la sua famiglia distesa e allegra. 


Marta e Federica, le gemelle, vanno tutti i giorni all’asilo, accompagnate dalla Mamma e da Troppo.



Oggi è un giorno come un altro, nella calma del mattino Troppo se ne sta sdraiato sul tappeto della sala e dormicchia davanti alla televisione che racconta i fatti delle persone (mai di cani che sarebbe molto più interessante per lui… possibile che nessuno si renda conto che anche un cane ha i suoi interessi e che qualche programma gradevole anche per lui sarebbe una bella idea! In fondo nessuno ha mai calcolato quanti sono i cani davanti alla TV durante le diverse ore del giorno).


Ad un tratto si sente uno strano rumore nella stanza delle gemelle, dove la Mamma sta rifacendo i letti. Troppo, sempre all'erta come ogni cane che si rispetti, e fedele ai suoi buoni propositi, si precipita a vedere cosa sia successo. La Mamma sta dormendo sul pavimento, idea stravagante per un essere umano, ma dorme in modo strano, e Troppo capisce subito che è una situazione di emergenza. 



Dopo aver riflettuto un momento decide che da solo non può fare granché, che deve chiedere aiuto. Senza pensarci su più di tanto, va in cucina dove c’è una porta-finestra che dà sul balcone e che Carlo gli ha insegnato ad aprire. Una volta sul balcone si mette ad abbaiare a più non posso, che tradotto in umano significa: "Aiuto!... Aiuto!...". 


I vicini non sono abituati a sentirlo abbaiare e per di più il tono della sua voce ha qualcosa di strano e preoccupante. Così, parlandosi da un balcone all'altro, decidono di chiamare il 112 e di chiedere l’intervento dei Carabinieri.








 Pochi minuti dopo arriva una pattuglia: sfondata la porta si trovano davanti Troppo che li guida dalla Mamma.


 I Carabinieri si prendono subito cura di lei, la rianimano e la fanno trasportare in Ambulanza al Pronto Soccorso: la Mamma è salva.





"Avete un cane prezioso e molto intelligente, diranno più tardi i Carabinieri al Papà. Ha salvato la vita a sua moglie, meglio di quanto avrebbe fatto un essere umano che forse avrebbe tentato di spostarla o di rianimarla provocando lesioni gravi".

.


Poco tempo dopo a Troppo hanno conferito una medaglia.


In realtà a lui sarebbe piaciuto un osso o un buon piatto di spezzatino con gli spaghetti, ma gli umani, per la maggior parte, conoscono poco i loro compagni a quattro zampe e qualche errore lo commettono ancora.










domenica 29 gennaio 2012

I giorni della merla




Molti anzi moltissimi anni fa i merli erano bianchi. Bianchi da piccoli, bianchi da adulti, bianche le femmine. Erano molto amati da tutti e ammirati: non c’erano altri uccelli così bianchi.


Poi un anno successe un evento strano e inatteso: faceva un gran freddo, un freddo polare, nessuno usciva di casa e le provviste calavano pericolosamente nelle case. Faceva un tale freddo che la gente non aveva nemmeno più fame. Con un gennaio così un taglialegna fece quello che faceva sempre. Andò nel bosco, scelse un albero bello grosso e lo tagliò per farne legna per il camino. La sua famiglia aveva tanto freddo e i suoi bimbi si stavano ammalando. 


Di solito il nostro taglialegna prima di tagliare un albero guardava bene che non ci fossero nidi, e anche questa volta lo esaminò con cura. Ma era un albero così grande che non riusciva a guardarlo tutto e da tutte le parti e per dipiù nevicava. Era tutto bianco intorno e in tanto bianco i merli non si vedevano. 


Non vi dico l’angoscia di mamma merla quando il loro albero fu a terra. I suoi piccoli sapevano a malapena volare e non avevano un tetto sotto cui ripararsi. Inoltre cominciava a nevicare fitto fitto e bisognava fare qualcosa ad ogni costo. Così si divisero i compiti: papà merlo partì per primo, alla ricerca di un’altra casa, confortevole e caldina e di un po’ di cibo. Si diedero un appuntamento quotidiano per ritrovarsi non appena avessero trovato entrambi  la soluzione ai loro problemi. 


Mamma merla sistemò come meglio poteva i suoi piccoli, raccomandò loro di non muoversi da quel che rimaneva del nido e promise che sarebbe tornata al più presto. I piccoli merli avevano tanta paura, ma vedendo la loro mamma così spaventata all’idea di lasciarli soli, si fecero coraggio e le dissero: “ Stai tranquilla mamma, al tuo ritorno saremo qui, esattamente come ci lasci adesso”.  E la mamma partì con l’angoscia nel cuore, non prima di aver rivolto al Buon Dio una preghiera perché proteggesse i suoi cuccioli di merlo. E volò via.


Sorvolò il bosco dove avevano distrutto il suo nido, e si ritrovò nella periferia di una città che non aveva mai visitato: non aveva tempo per fare la turista, doveva allevare i suoi piccoli merli. Nel sorvolare i tetti delle case si accorse che vicino ai comignoli faceva un bel caldino. Si avvicinò ad uno di essi, lo provò e capì che poteva essere una soluzione per la sua famiglia, anche se provvisoria, ovviamente. 


Se la famiglia che abitava in quella casa avesse avuto molto freddo, avrebbe riempito di legna il focolare e abitare lì dentro sarebbe diventato veramente pericoloso.


Mamma merla tornò al nido: i suoi piccoli guardavano con ansia verso la parte da cui era partita sperando di vederla comparire presto. Insieme, scaldandosi l’un l’altro, aspettarono l’ora dell’appuntamento con il papà e quando furono riuniti presero dal vecchio nido quei pochi fili di lana che c’erano e che potevano essere utili nella nuova sistemazione e si diressero verso il camino che la mamma aveva scelto perché le era sembrato più adatto e più sicuro. Si sistemarono alla bell’e meglio, stretti stretti, e si prepararono ad affrontare la notte. La mattina dopo papà merlo volò via alla ricerca di cibo e gli uccellini si strinsero alla mamma per affrontare, con un po’ di paura, la giornata in quel luogo che per quanto caldino restava comunque sconosciuto.


Fuori continuava a nevicare e fu con difficoltà che papà merlo trovò qualche briciola davanti al negozio del fornaio. Per fortuna un bambino aveva lasciato cadere un bel pezzo della sua merenda davanti alla scuola: anche quello si rivelò prezioso per i piccoli merli. Passò una giornata, una seconda e una terza. Il quarto giorno infine tornò il sole. I merli finalmente potevano uscire dal comignolo! Si posarono sul tetto della casa. “Piccoli, disse la mamma, scuotetevi che siete tutti neri di fuliggine”. “Anche tu, mamma”.


Si scossero ben bene, ma restavano tutti neri, papà compreso



“Sarà così per sempre, disse il Buon Dio, per ricordare la vostra avventura, la dedizione con cui avete assistito i vostri piccoli, e il rispetto che avete avuto voi cuccioli nei confronti dei vostri genitori, obbedendo ai loro desideri.” E così fu.





Quanto ai tre giorni che avevano passato nel comignolo e che erano stati i più freddi di quell’anno e di molti altri prima e dopo quell’evento, sono il 29, il 30 e il 31 gennaio e sono  ricordati come” i tre giorni della merla”.








venerdì 13 gennaio 2012

Brogetto il folletto

Dopo una lunga vita di qualche centinaio di anni in mezzo ai suoi simili, il folletto Brogetto aveva deciso di ritirarsi in una casetta che aveva costruito sul limitare del bosco. Stava meglio da solo alla sua età venerabile. 

Intorno alla sua casetta aveva un bell’orto che coltivava con amore.

Era il suo regno, dove il cielo è sempre più blu che in qualsiasi altro luogo. Nell’orto c’erano carote, pomodori, insalate e tante rose. C’erano anche un paio di alberi di mele rosse e un grande alveare sempre pieno di miele, morbido e saporito.
Oltre il suo orto c’erano altri regni: il regno degli uccellini ai quali durante la stagione della frutta metteva un cestino con tante mele, il regno dei coniglietti, ai quali metteva sempre un cesto di carote, il regno dell’Orso Gigante al quale metteva puntualmente una ciotola di miele. E tutto intorno volavano decine e decine di bellissime farfalle colorate, alle quali gettava i petali delle sue profumatissime rose.


Quanto ai suoi compagni folletti, per loro coltivava delle enormi e squisite zucche che regalava loro per nutrire le numerose famiglie composte anche da golosissimi follettini. Non poteva desiderare di più dalla vita.

Ma (nelle storie c’è sempre un MA…), un brutto giorno Brogetto prese la più terribile delle malattie che possa capitare ad un folletto che vive nella natura: il raffreddore da fieno. Era primavera e improvvisamente il nostro eroe cominciò a starnutire e ad avere gli occhi rossi. Tentò più volte di andare nell’orto a lavorare, ma proprio non ce la faceva. Era costretto a chiudersi in casa e a guardare dalla finestra il suo orto che appassiva per mancanza di acqua e ingialliva per mancanza di cure.


Brogetto era proprio disperato. Naturalmente non poteva più mettere agli uccellini il solito cesto con le mele, né il cesto di carote ai coniglietti, né la ciotola di miele al Grande Orso. Anche le farfalle smisero presto di volare nei dintorni e furono costrette a cercare altrove il loro cibo preferito.

Brogetto aveva un bel fregarsi gli occhi, starnutire a più non posso e piangere a calde lacrime: il raffreddore da fieno non passava e l’orto era sempre più giallo.

Vennero a trovarlo i suoi compagni folletti. Gli portarono tante cose buone, tutte quelle che piacciono ai folletti come loro, ma lo consolarono solo un pochino. Brogetto era molto triste e pensava che ormai per lui fosse tutto finito.

Passavano i giorni e la situazione non cambiava. Poi una mattina Brogetto sentì gli uccellini cinguettare davanti alla sua finestra. Tutto contento si affacciò per salutarli e si trovò davanti anche i coniglietti, l’Orso Gigante, le farfalle, un paio di tartarughe (le altre stavano arrivando, ma ci voleva ancora un po’ di tempo, sono molto lente!...).  C’erano anche alcune lucertole, un paio di porcospini, alcune api e due bellissimi cani, Gaya e Grindel.

"Buongiorno, amici miei. Che piacere vedervi!..."  Brogetto si sentiva rinato.

Grindel, il cane, prese la parola (come sapete animali e folletti parlano spesso fra loro) e disse: «Buongiorno buon folletto Brogetto.


Ci siamo riuniti tutti gli animali nel bosco e siamo venuti da te per farti una proposta. Tutti noi ti dobbiamo molto e abbiamo deciso di aiutarti. Finora hai provveduto a noi, senza badare a dimensioni o caratteri. Ci hai dato da mangiare tutte le cose che ci piacciono di più, le hai coltivate per noi con amore e ora ti dispiace di non poterlo più fare.


Noi sappiamo bene che la situazione è provvisoria, presto tornerai sano come un pesce. Ma nel frattempo il tuo orto ne risente. E l’anno prossimo ci troveremo tutti di nuovo nella stessa situazione perché la malattia che hai preso si ripete tutti gli anni quando comincia la primavera».


«Così, visto che non puoi andare a lavorare nell’orto come hai sempre fatto, ci penseremo noi. Alcuni si incaricheranno della coltivazione degli ortaggi, altri della loro raccolta. Poi, per esempio, Gaya è specializzata nel trasporto di carrette pesanti e porterà la frutta e la verdura a chi non potrà venire a prenderla. 

Le api si occuperanno dell’alveare, le farfalle delle rose, le lucertole, che sono veloci, delle comunicazioni fra tutti noi, i coniglietti dell’orto, le tartarughe proteggeranno con la loro casa i germogli più fragili. Il compito dei porcospini sarà quello di proteggere il tuo orto da sgradite intrusioni insieme all’Orso Gigante.

Se poi avremo bisogno di aiuto contiamo su di te per darci buoni consigli e su tutti gli animali della foresta che ci hanno promesso il loro appoggio incondizionato.
 Dicci se sei d’accordo: noi siamo pronti a cominciare subito». 

«Certo che sono d’accordo», disse subito intenerito Brogetto. «Ma a patto che appena potrò vi darò il cambio. Il lavoro è tutta la mia vita e non saprei proprio farne a meno. Offrirvi le cose buone del mio orto non è una fatica per me, è la mia soddisfazione. Non so come ringraziarvi della vostra proposta!... Grazie grazie».

Brogetto inghiottì un paio di lacrime di commozione e chiuse la finestra: stava già starnutendo a più non posso e temeva di spaventare gli animali che lo guardavano dal prato davanti alla sua casa.



Gli animali si sparpagliarono nell’orto e nei dintorni per svolgere il lavoro per il quale si erano impegnati. Erano tanti e da quel giorno lavorarono a turno per riportare l’orto al suo pieno splendore. C’era sempre qualcuno che lavorava alle coltivazioni o all’alveare, mentre altri si occupavano a turno della propria famigliola. Ognuno si dava da fare per svolgere al meglio il compito che aveva scelto.


Quando a Brogetto il folletto passò il raffreddore da fieno, gli animali non lo lasciarono. L’orto era diventato più grande e occorreva l’aiuto di tutti. I compagni folletti venivano spesso a trovare il loro vecchio compagno, tanto il luogo era piacevole e spesso portavano i loro figli a giocare con i coniglietti o le farfalle. E da quell’anno il bosco si chiamò Bosco Felice e Brogetto visse allegro e contento i due o trecento ultimi anni che la vita gli riservava…