venerdì 23 dicembre 2011

La piccola renna

Come tutti sanno la notte del 24 dicembre nelle case dei bambini buoni scende Babbo Natale, lascia la slitta sul tetto con le renne e deposita sotto l’albero i doni per tutta la famiglia. Possiamo immaginare quale vasta organizzazione richieda questo rapido passaggio nei camini e sui tetti, dopo mesi di lettura dei messaggi, realizzazione dei regali che i bambini richiedono, impacchettamento, imballaggio negli enormi sacchi che Babbo Natale deve sistemare sulla slitta, lavoro al quale contribuiscono decine e decine di folletti, sempre allegri e indaffarati perché tutto vada per il verso giusto. Le renne intanto riposano in un apposito recinto in attesa della loro notte più lunga dell’anno.

(la foto è di Anna, mia figlia, che è andata di recente a trovare le renne di Babbo Natale)

Poi, quando, passata la lunga nottata, arriva l’alba del 25 dicembre , dopo aver fatto la foto ricordo come si conviene a tutte le famiglie, tutti vanno a dormire un lungo sonno ristoratore per Babbo, renne e folletti. Quando sono tutti riposati, si svegliano, fanno un’abbondante colazione e riprendono il lavoro dei dodici mesi che servono a preparare un nuovo Natale di felicità.
Meno le renne. Loro, stanche morte (correre su e giù per i tetti, rimanere in attesa al freddo e in forte pendenza, trasportare la slitta con i sacchi tanto pesanti è faticosissimo), hanno diritto a qualche mese di libertà nelle grandi pianure dell’estremo nord. Così, dopo aver dato loro un affettuoso saluto e un abbraccio, Babbo Natale le congeda, con la raccomandazione di essere puntuali per il Natale successivo.  E tutte le renne tornano nelle loro case, nella steppa, felici del lavoro svolto, e pronte a godere il calore della vita in famiglia con i loro piccoli, che le aspettano impazienti in compagnia dei loro papà.

 Dopo aver abbracciato cuccioli e papà renne, le mamme riprendono il loro lavoro quotidiano, mentre i papà tornano nella steppa a procurare il cibo che, insieme ai doni di Babbo Natale, permette loro di mantenere tranquillamente la famiglia.


Dopo undici mesi le renne salutano i loro piccoli, affidano ai Papà renne i loro cuccioli, raccomandano ai piccoli di essere obbedienti e affettuosi con i loro Papà, nascondono i regali per loro, bisbigliano a ciascuno dove sono quelli degli altri, per fare a tutti la sorpresa di scoprirli la notte dal 24 dicembre e si mettono in cammino per la casa di Babbo Natale.

L’anno di cui vi racconto, la mattina della partenza la renna Vasili, una delle preferite di Babbo Natale, ebbe un grosso problema: l’inverno era particolarmente rigido e al momento di abbracciare la sua famiglia si accorse che Papà renna  aveva un forte raffreddore e parecchia febbre. Lasciare la sua piccola con lui in queste condizioni  non era il caso, ma di rimandare la partenza non se ne parlava proprio: doveva essere puntuale, come sempre, per prendere il volo insieme alle altre renne per la notte del 24 dicembre. Così, senza esitare, coprì bene la sua piccola figlia, la mise in uno zainetto (“zainetto” si fa per dire, una renna anche da piccola è parecchio grande…), se la caricò sulle spalle e partì, lasciando papà renna alle cure della figlia più grande.
 

Il viaggio fu lungo, ma mamma e la sua figlioletta erano felici di stare insieme: Vasili raccontava a Valeri, questo è il nome della piccola, tante storie di viaggi attraverso il mondo e la piccola ascoltava con grande meraviglia le avventure della sua mamma. Quando arrivarono nella casa di Babbo Natale furono accolte con grande affetto da tutti, soprattutto dai folletti, che non avevano spesso la gioia di giocare con un cucciolo di renna.

Quando fu il momento di partire per la lunga nottata del 24 dicembre, né Vasili, né Santa Claus (altro nome di Babbo Natale) ebbero il cuore di lasciare la piccola, che entrò allegramente nel suo zainetto, si mise in un angolo caldino della slitta e si preparò alla lunga avventura.
Anche Babbo era ben contento di avere compagnia e Valeri era una piccola renna molto affettuosa e attenta, sempre allegra e sorridente.

Arrivato al primo camino Babbo prese il suo borsone e si apprestò a scendere. Ma sulla slitta faceva un gran freddo e non volle lasciare la piccola da sola al buio. Prese lo zainetto, se lo mise sulle spalle e lo portò con sé. Appena arrivati nel salotto, scaricarono i regali e li misero sotto l’albero. Mentre lavoravano comparve un grosso cane: era il padrone di casa. “Ciao, grosso cane!” disse la piccola. “Mi chiamo Valeri, sono un cucciolo di renna e sono felice di fare la tua conoscenza.” “ Buon Natale, Valeri. Mi chiamo Cagnone. Anch’io sono felice di conoscerti. Vieni, ti faccio fare un giro in casa. Vuoi un biscotto? Sono buonissimi, li fa la mia padrona per i suoi cuccioli”. Così, sempre chiacchierando, cane e renna andarono a spasso per la casa, mentre Babbo Natale metteva in bell’ordine i pacchetti sotto l’albero. Prima di andar via Valeri gli sussurrò poche parole all’orecchio:  “Non avresti un regalino anche per Cagnone? E’ bravissimo e se lo merita!”.  E lui la trovò un’ottima idea. Prese un pacchetto dal suo grosso sacco e lo mise sotto l’albero con scritto “per CAGNONE”. Non aveva mai pensato a lasciare qualche regalo per gli animali delle case che visitava.

Così di casa in casa. In una c’era un gatto.  “Ciao, micio. Mi chiamo Valeri, sono un cucciolo di renna… Sono felice di fare la tua conoscenza…” “Buon Natale, Valeri. Mi chiamo Pepe. Anch’io sono felice di conoscerti. Vieni, ti faccio fare un giro in casa. Vuoi un biscotto? Sono buonissimi, li fa la mia padrona per i suoi cuccioli”. 

In un’altra c’era un criceto. “Ciao piccolo criceto. Mi chiamo Valeri, sono un cucciolo di renna.. “



In una terza due pesci rossi. “Ciao, pesciolini. Mi chiamo Valeri, sono un cucciolo di renna… Sono felice di fare la vostra conoscenza…” “ Buon Natale, Valeri. Ci chiamiamo Rossetto, Giallino, Verdello e Variopinto. Anche noi siamo felici di conoscerti. Vuoi una fetta di torta? A noi danno solo qualche briciola, e possiamo dirti che è buonissima, la fa la nostra padrona per i suoi cuccioli.


In un’altra casa c’erano degli uccellini (qui, su consiglio di Valeri, lasciò un regalo più grande perché gli uccellini erano in gabbia, poverini…).


Il giro fu lungo, come al solito. Alla fine del giro per ogni animale Babbo aveva trovato un regalino in fondo al suo grande sacco. E alla fine della nottata Babbo Natale era stanco, come al solito, ma molto più contento: aveva reso felici molte più persone ( per lui anche gli animali domestici sono “persone”!).
Al ritorno alla sua casa riunì tutti, folletti e renne e dopo aver fatto come al solito la foto dell’anno, 


fece un discorso molto importante:  “ Stanotte, grazie a Valeri, ho scoperto che al mondo esistono tanti altri esseri di cui non avevo tenuto conto in questi numerosi anni, e sono gli animali domestici. Si prendono cura dei loro padroni, ciascuno a modo suo e secondo le sue possibilità. Da ora in poi, cari folletti, dovrete preparare molti regali in più, almeno uno per ogni animale domestico. Se vi occorrerà aiuto chiamerò più folletti a lavorare qui con voi.

Quanto a Vasili propongo di farle un’ovazione per aver cresciuto una piccola renna così brava e sensibile e soprattutto per aver saputo conciliare un lavoro così difficile con le esigenze della sua famiglia. Le devo molto. E la nomino Renna dell’Anno.”




La tradizione vuole che la casa di Babbo si trovi a Korvatunturi, un paesino nell’estremo nord della Finlandia, vicino al Circolo Polare Artico. Chiedete ai grandi dove si trova e se volete altre informazioni guardate su internet, all’indirizzo  http://car51.altervista.org/car51_Korvatunturi.html




domenica 11 dicembre 2011

La Pecorella Verde

Durante una delle mie passeggiate estive su per le montagne sono entrata in una chiesina che mi sembrava particolarmente ospitale. C’è voluto un attimo per farne il giro, uno sguardo dalla porta mi è bastato per osservarne tutta la bellezza: c’era l’altare, con tanti fiori dello stesso colore di quelli del prato, c’erano tante candele accese e un enorme quadro sulla destra che prendeva quasi tutta la parete. E nel quadro, in primo piano, in mezzo a tante pecorelle che pascolavano tranquille in un prato identico a quello che avevo attraversato per entrare in quel luogo incantevole, ce n’era una dall’aspetto allegro e vivace… tutta verde!

Curiosa come sono, ho naturalmente subito chiesto in giro come mai vi fosse una simile stranezza in un lavoro che mi pareva pregevole e la risposta mi è venuta da un vecchio pastore che mi ha raccontato la storia de 

La Pecorella Verde

In tempi lontani i pendii di quella zona erano pieni di greggi che pascolavano nei prati verdi pieni di fiori rosa e blu come non se ne trovano su nessun’altra montagna e che avevano dato il nome alla valle: Rosablu.



 Le pecore davano un latte molto pregiato e ricercato che i pastori usavano per far crescere i loro figli, che erano più belli e più sani di quelli delle vallate vicine. Poi facevano dei formaggi straordinari e squisiti che vendevano ai visitatori (all’epoca non c’erano turisti!) e agli abitanti della vicina città. Anche loro avevano dei bei bambini che crescevano forti e coraggiosi.

Ogni settimana, la domenica mattina, i pastori con le loro famiglie salivano verso il bosco e depositavano sul limitare della foresta un formaggio saporito per i folletti buoni che vivevano da quelle parti, come del resto in tutte le belle foreste dell’Europa.




Nessuno li aveva mai visti, ma tutti erano sicuri che ci fossero come avevano detto loro i nonni e i nonni dei nonni e così via. Non si sa come andassero le cose, ma è un fatto che coloro che verso sera tornavano sul posto non trovavano più il formaggio e al suo posto c’era un bel mazzetto di fiori rosa e azzurri.
Ma…, come sapete in queste storie c’è sempre un MA, gli abitanti delle valli dei dintorni erano molto invidiosi dei loro vicini, così sani e così ricchi e che, secondo loro, non facevano nulla per meritare tutto il ben di Dio che capitava loro fra capo e collo. Brontolavano sempre per tutto e cercavano il modo per fare formaggi altrettanto buoni, avere figli altrettanto belli e sani. Ma niente: continuavano ad avere buone pecore, buoni formaggi e figli normalissimi. E allora cosa volevano di più, direte voi lettori. C’è un vecchio proverbio che fa proprio al caso nostro e che recita “l’erba del vicino è sempre più verde”: ecco, i pastori delle valli vicine volevano solo possedere le pecore super dei loro vicini. Si riunirono in comune per discutere e trovare delle soluzioni. Fecero riunioni su riunioni finché ad uno di loro venne un’idea, non molto bella per la verità, ma efficace: <basta rubare le loro pecore> disse. E tutti entusiasti decisero che avrebbero fatto proprio così e si diedero appuntamento per la sera successiva all’inizio della valle Rosablu. Nel più assoluto silenzio in quella notte di luna nuova rubarono tutte le pecore dei loro vicini, le fecero salire su dei grandi carri ai quali avevano avvolto le ruote di fieno perché non facessero rumore e le portarono a pascolare nei loro campi.

I pastori della valle Rosablu si disperarono. Era una vera catastrofe, di che strapparsi tutti i capelli. L’unica che non si lamentava tanto era Rosabianca, una bambina bianca e rosa a cui una pecora era rimasta, accucciata nella stalla perché aspettava una pecorella per quel giorno e non poteva stancarsi troppo, in giro per i campi. E la notte successiva al furto la pecorella nacque, ma tutti cacciarono un urlo di spavento appena la videro: era una pecorella verde. Nessuno aveva mai visto un fenomeno del genere da quelle parti, né altrove per la verità, e nessuno riusciva a darsi una spiegazione. La pecorella non fu molto bene accetta, se non dalla sua mamma che la trovava splendida e che la portava a spasso molto orgogliosa di essere l’unica pecora della valle ad avere una figlia di un così bel colore. Ma i bambini prendevano in giro la pecorella verde che si sentiva sempre più sola e spaurita e che andava sempre più di frequente a spasso nel bosco malgrado i consigli della mamma che le diceva quanto quei luoghi  fossero pericolosi e quanti lupi vagassero in cerca di cibo fra gli alberi. E le pecorelle, si sa, sono il cibo preferito dai lupi. Infatti la pecorella verde ne incontrò più di uno, ma nessuno la toccava, tanto era strano e anormale il suo colore, così verde. Pian piano la pecorella cominciò a capire che il suo colore era la sua difesa, si sentì un po’ meno spaurita e si addentrò con più sicurezza nel bosco. 




E un bel giorno incontrò i folletti che non si fanno mai vedere dagli umani, ma che parlano e giocano con gli animali dei boschi. Fra loro fu subito intesa: prima si misero a giocare, poi a gustare mirtilli e lamponi, infine a chiacchierare. Fu così che la pecorella, che tutti ormai chiamavano Verdella, venne a sapere che era venuta al mondo di quel colore perché aveva un compito preciso: doveva riportare nella Valle Rosablù tutte le pecore che erano state rubate. Il compito non era facile e lei era ancora un cucciolo di pecora, ma quando le raccontarono come si viveva bene nella Valle prima del furto, quante pecore sue cugine erano infelici lontano da lì, quanto mancavano loro le cure e l’affetto dei valligiani loro veri padroni, capì che non poteva sottrarsi al suo destino e cominciò ad allenarsi a fare lunghe passeggiate e a camminare di notte, al buio, perché era il solo modo per sfuggire alla sorveglianza dei pastori cattivi che le tenevano prigioniere. Furono settimane difficili, ma i folletti del bosco la aiutarono come meglio non si sarebbe potuto e Verdella ce la mise proprio tutta.

Finalmente venne la grande notte della partenza. Con tutte le raccomandazioni della mamma, con gli auguri e gli incoraggiamenti dei folletti che coniarono l’espressione “in bocca al lupo” ben sapendo che i lupi non le avrebbero mai fatto niente, tanta era la paura che avevano di quella pecora dallo strano colore, raccogliendo tutto il suo coraggio, la Pecorella Verde si diresse verso la prima delle valli vicine alla ricerca delle pecore rubate. Era naturalmente una notte senza luna, si sentivano solo gli ululati dei lupi e i versi degli uccelli notturni che incoraggiavano Verdella e la aiutavano a trovare la direzione giusta. La nostra coraggiosa pecorella raggiunse così il primo ovile, con la zampa aprì il cancelletto, entrò.  Le pecore si spaventarono un po’, per la verità, a vederla di quello strano colore, ma lei raccontò loro la sua storia, disse di chi era figlia e perché era lì. Bisognava far presto ed essere lontano da quel posto prima dell’alba. In punta di zampe le pecore seguirono Verdella nella notte, senza un belato né il minimo rumore. Non era difficile seguirla, così verde e luminosa… I lupi nel bosco si tennero a rispettosa distanza e gli uccelli notturni le guidarono con i loro consigli. All’alba erano tutte rientrate nella valle Rosablù, accolte dai loro padroni a cui erano tanto mancate.



L’avventura notturna si ripeté per tante notti, i pastori ladri non si spiegavano come mai i loro ovili erano tutti vuoti la mattina quando la sera prima avevano chiuso i cancelli. Uno di loro, un po’ più furbo degli altri, decise di star sveglio per controllare, ma quando vide Verdella brillare nella notte, apparentemente solo una pecora come tante, ma terribilmente verde, si prese un tale spavento che la mattina dopo lo trovarono dietro un cespuglio tutto tremante e ci volle del tempo perché riuscisse a parlare e a dire quello che aveva visto. E in poche notti tutte le greggi erano rientrate nella Valle Rosablù. La vita riprese a scorrere come prima, i pastori della valle ricominciarono a mettere il formaggio ai folletti, le pecore a mangiare i famosi fiori rosa e blu, i bambini a crescere forti, bianchi e rossi, i cittadini a mangiare gli squisiti formaggi. I  pastori delle valli vicine si rassegnarono ad avere delle pecore normali, dei formaggi normali, dei bambini normali, e soprattutto ad evitare accuratamente la Valle incriminata tanto era il terrore di incontrare la Pecorella Verde.

Inutile dire che Verdella era diventata l’eroina della zona. Tutti, uomini donne, bambini, pecore ed animali del bosco erano così orgogliosi di lei che quasi non si accorgevano più del suo colore. I folletti le chiesero se volesse diventare beige come tutte le altre, con una magia era possibile, ma lei non volle. <Mi sento bene così> disse < sono cosciente della mia responsabilità in caso di bisogno e mi ricordo di non avere mai paura di nulla. E poi, in caso di necessità, posso ancora far paura ai mal intenzionati, lupi o ladri.>



In segno di gratitudine i pastori della Valle Rosablù fecero venire un pittore famoso dalla città e lui dipinse il quadro che ancora fa’ mostra di sé nella chiesetta. E, cosa che pochi sanno, quando si inventarono i semafori si mise il verde come luce per consentire il passaggio, tanto era ancora viva nella memoria della gente l’avventura della Pecorella Verde.  

martedì 6 dicembre 2011

Il Drago Brutto

Il Drago Brütbrüt (Lombardia)

Nella zona compresa fra il lago di Lugano, in Svizzera,  e il Lago Maggiore c’è una serie di piccoli laghi: non per niente la zona si chiama dei Sette Laghi. In uno di questi laghetti, non si sa quale, gli storici e i geografi  lavorano sull’argomento da secoli, ma non riescono a risolvere l’enigma, viveva e probabilmente vive ancora oggi, un Drago. Lo chiamavano il Drago Brütbrüt (che nel dialetto locale significa bruttobrutto), e brutto lo era decisamente. 

Gli abitanti delle sponde del lago avevano una gran paura di lui e non andavano mai a pescare nella zona per timore di incontrarlo. Nemmeno i turisti si avvicinavano alla zona, sempre per paura. In compenso i bambini erano tutti buonissimi: se ne combinavano una delle loro, bastava dire: “Guarda che chiamo Brütbrüt!...” che diventavano tranquilli, buoni e obbedienti come pochi al mondo.

Il Signore della zona, un certo Antipantì (come si chiamasse in realtà tutti lo avevano dimenticato e lo chiamavano Antipantì, che sta per antipatico-antipatico) decise che il Drago doveva essere eliminato ad ogni costo, prima di tutto perché gli faceva paura, e poi con la scusa che nessuno sarebbe più venuto nella zona e gli abitanti del posto avrebbero finito per emigrare. Chiamò i soldati più valorosi che conosceva e propose un premio a chi lo avesse ucciso. La maggior parte rispose:  “Non ci penso nemmeno, ho altro da fare”, altri più educatamente dissero:  “Ho un impegno. Mi dispiace.” Ma la maggior parte pensò che la soluzione migliore fosse un’altra: “Che ci vada lui!”.

Dopo vari inutili tentativi Il Signore Antipantì decise di ricorrere ad una soluzione drastica: chiamò al castello un mago di cui aveva sentito parlare perché era molto conosciuto, anche oltre i confini del suo piccolo stato. “Caro Mago, nel nostro lago vive un orrendo drago che spaventa tutti. Dovresti gentilmente trasformarlo in un animale piccolo piccolo, in modo che la gente non lo veda o se lo vede non si preoccupi più di tanto. Una piccola lucertola ad esempio andrebbe benissimo. Ti darò una ricompensa da sogno se mi farai questo favore”.


Il Mago Ma-ghèt, così si chiamava, accettò l’incarico e si diresse verso il lago. Quando arrivò sulle sue sponde cominciò a recitare la formula magica per realizzare il desiderio del signore Antipantì. Mentre stava recitando la formula, Brütbrüt uscì dall’acqua.


Il Mago si spaventò moltissimo e scivolò nell’acqua. “Aiuto, aiuto, non so nuotare. Adesso il drago Brütbrüt mi mangerà…”

Brütbrüt era molto brutto, ma non cattivo. Ritrasse gli artigli per non fargli male, prese delicatamente Ma-ghèt fra le zampe e lo depose altrettanto delicatamente sulla sponda del lago.



Quando questi si svegliò, ricordò che aveva rischiato di morire. Cercò Brütbrüt per ringraziarlo, ma questi era scappato via per non spaventarlo di nuovo e il Mago tornò mestamente al castello: “Mio Signore, mi dispiace, ma non sono riuscito a portare a termine la mia magia e non ho intenzione di riprovarci”. 
 
Al Signore venne voglia di strapparsi i capelli dalla rabbia, ma decise di mettersi a riflettere per trovare un’altra soluzione. Chiamò i suoi consiglieri più fidati e si misero a confabulare a bassa voce. Usciti loro, entrarono i soldati più coraggiosi e alcuni pescatori. Il Mago Ma-ghèt tentò di ascoltare cosa dicevano, ma parlavano a bassa voce e non si capiva niente. Allora decise di seguirli, naturalmente senza farsi vedere.

 


 Tutti insieme, compreso il Signore, si diressero verso il lago, salirono su una barca da pesca che era stata comprata a dei pescatori del mare più vicino e, un po’ con i remi, un po’ con la vela si diressero verso il centro del lago preparando le reti.

Il Mago capì cosa stavano meditando di fare: il Drago gli aveva salvato la vita e non poteva permettere che gli facessero del male. Quando gettarono le reti e presero Brütbrüt, il mago tirò fuori dalla tasca interna del mantello il suo clarinetto e si mise a suonare. Era un clarinetto magico, e se suonava la melodia giusta si metteva a piovere.


Più il Mago suonava, più pioveva. E quando si mise a soffiare con tutte le sue forze, venne anche un gran vento che fece rovesciare la barca: re, pescatori, soldati, reti e remi  si trovarono nell’acqua, nella bufera di pioggia e vento e il Drago scappò sotto il loro naso. Si salvarono tutti, ma giurarono che non avrebbero mai più nemmeno pensato di far del male a Brütbrüt.



 Qualche giorno dopo il Drago stava prendendo il sole in una spiaggetta nascosta agli occhi di tutti. Era così demoralizzato che aveva deciso di non farsi più vedere dalla gente, dato che tutti avevano tanta paura di lui. Ma non poteva sfuggire al Mago! Mentre era lì tranquillo pensando che nessuno lo avrebbe visto, intravide il Mago che veniva verso di lui. Raccolse rapidamente le sue cose e tentò di scappare. Ma il Mago lo raggiunse e gli disse:  “Tu mi hai salvato la vita. Quando ho visto quello che stavano tentando di farti, ho ricambiato il favore. Ma il Signore mi ha mandato via per questo. Ecco, a me piacerebbe stare con te che ti sei dimostrato un vero amico, se sei d’accordo. Possiamo vivere insieme tranquilli e vedrai che piano piano la gente si accorgerà che la tua bontà supera la tua bruttezza e imparerà ad amarti. Ti farebbe piacere dividere la tua vita con me?”

“Certo, rispose Brütbrüt, è da sempre che cerco un amico e finora nessuno mi aveva fatto una bella proposta così. Grazie Mago Ma-ghèt.”

“Sono io che ti devo ringraziare. Senza di te a quest’ora sarei morto”.

Da allora Brütbrüt e Ma-ghèt vivono insieme sulle sponde del lago. All’inizio ogni tanto, e poi sempre più spesso, la gente andava a chiedere loro consiglio o aiuto o una magia buona.

Antipantì continua a non piacere a nessuno e nessuno fa caso a lui. Neanche i suoi soldati o i suoi consiglieri. E’ rimasto solo. E ha ancora una gran paura di Brütbrüt.  




martedì 22 novembre 2011

La Vecchina e la Pentola di Terracotta

Liguria
Molto molto tempo fa in un paesino della Liguria viveva una vecchina. Era sola, non aveva parenti o amici, né un cane o un gatto, nemmeno un pappagallo o un canarino. Divideva la sua vecchia casa con una pentola di terracotta, una di quelle che fabbricano nei dintorni del suo paesino vicino a Genova. L’aveva sempre utilizzata con molto amore, riempiendola solo di cose buone e lavandola sempre con molta cura dopo l’uso, La pentola ricambiava le sue attenzioni cucinando sempre cibi squisiti e standole vicina quando si sentiva sola. Era il suo modo di volerle bene.



 Un triste giorno la vecchina si accorse di non avere più niente da mangiare. Lo disse alla sua amica pentola di terracotta con molta tristezza. “Mi dispiace pentolina cara, ma non abbiamo più nulla da cucinare. Ti metterò sullo scaffale più alto della mia credenza. Non posso fare altro per te.



“ Ma io non voglio assolutamente finire i miei giorni così giovane e in cima ad un armadio. E che ne sarà della mia vecchina se l’abbandono adesso?” Pensato e fatto. La pentola di terracotta scese dallo scaffale più alto della credenza, Infilò la porta e andò a cercare fortuna nei dintorni.
Non molto lontano dalla sua casa vide una donna chinata in un campo di pomodori. Li coglieva accuratamente uno per uno e li metteva in un fazzoletto. La pentola si mise per terra vicino a lei e se ne stette lì tranquilla.
 “Guarda che bel recipiente pulito! Ci metterò dentro i miei pomodori.” E cominciò a fare come aveva detto. Quando la pentola pensò che ce ne fossero abbastanza, piano piano, senza farsi notare, se ne andò e tornò alla casa della vecchina. Quando questa si accorse dei pomodori ne fu felice. 



Ne fece una salsa squisita che diede in parte alla sua vicina che coltivava carote e in parte a un altro vicino che aveva una mucca. La prima le diede tante carote e il secondo del latte per la colazione.
Ma dopo un po’ di tempo, quando le carote, il latte e i pomodori furono finiti, la vecchina e la sua pentola si ritrovarono al punto di partenza: . “Mi dispiace pentolina cara, ma non abbiamo più nulla da cucinare o da mangiare. Ti metterò sullo scaffale più alto della mia credenza. Non posso fare altro per te.”
“ Ma io non voglio assolutamente finire i miei giorni così giovane e in cima ad un armadio. E che ne sarà della mia vecchina se l’abbandono adesso?” Pensato e fatto. La pentola di terracotta scese dallo scaffale più alto della credenza, Infilò la porta e andò a cercare fortuna nei dintorni.
Questa volta la pentola si diresse nella direzione opposta. Non lontano da lì c’era un orto grande e molto ben curato. Nell’orto c’era un contadino che stava raccogliendo delle belle verdure. La pentola si mise per terra vicino a lui e se ne stette lì tranquilla.
Il contadino la vide e disse: “Guarda che bel recipiente pulito! Ci metterò dentro le mie verdure”. Quando la pentola pensò che ce ne fossero abbastanza, piano piano si allontanò e tornò alla casa della vecchina.


Figuratevi la gioia! Con quella verdura ne ebbero per un bel po’ di tempo: la vecchina tagliò la verdura, fece una bella minestra, tante patatine, una bella insalata con pomodori e rapanelli e tante altre cosine buone. Con tutto quel ben di Dio ne ebbero per parecchi  giorni.
Ma anche quel ben di Dio finì e…  “Mi dispiace pentolina cara, ma non abbiamo più nulla da cucinare o da mangiare. Ti metterò sullo scaffale più alto della mia credenza. Non posso fare altro per te.”
Indovinate cosa…  La pentola, ancora prima di essere messa sullo scaffale alto della credenza infilò la porta e si diresse da una parte diversa da quella delle altre volte. Non trovò nessuno che raccoglieva pomodori  o verdure e stava per tornare sconsolata a casa quando vide un uomo con fare sospetto che stava scavando una buca in un campo. Si avvicinò incuriosita e si accorse che l’uomo voleva sotterrare un gruzzolo di monete d’oro. Come le altre volte si avvicinò e si mise tranquilla lì vicino.

“Guarda che bel recipiente pulito! Ci metterò dentro le mie monete. Così non si sporcheranno e nessuno le troverà.”
Mise tutte le monete (che non erano poche) nella pentola. Scavò ancora un po’, poi si dimenticò di seppellire la pentola e se ne andò allegramente.
La pentola se ne stette un po’ ferma. Poi, quando fu ben sicura che l’uomo se ne era andato, piano piano si allontanò, e tornò a casa.

Quando la vecchina la vide tornare fu ben contenta e si preparò a cucinare altri piattini squisiti. Ma quale fu la sua sorpresa quando vide le monete d’oro! 



 Ne prese una e andò subito al piccolo negozio di alimentari del paese, comprò tante cose buone e detto fatto tornò al suo vecchio lavoro.


 E la sua dispensa si riempì di nuovo di tanti cibi appetitosi.




La donna dei pomodori da quel giorno ebbe sempre tanti frutti nel suo giardino, anche fuori stagione. Il contadino da quel giorno lavorò la metà di prima e raccolse il doppio di verdure. Il ladro non ritrovò mai le sue monete, ma fu un bene perché, quando andò la polizia a cercarlo, non trovò nessuna prova del furto né in casa né nel giardino e lo lasciò tranquillo. A lui venne una gran paura e giurò di non rubare mai più niente. Quanto ai vicini, ebbero carote in abbondanza l’una, e tanto latte da aprire una latteria, l’altro.


Le monete durarono per molto tempo, abbastanza per la vecchina e per la sua pentola di terracotta, che vissero felici e contente tanti tanti anni ancora.


In paese tutti si domandano ancora oggi come tutte queste belle cose siano successe in così breve tempo. Ma solo voi e io sappiamo che è stata la Pentola di Terracotta. 











Anna e il Principe



La nostra storia comincia in due luoghi diversi, ma entrambi bellissimi: lo stagno di Santa Caterina e le saline di Carloforte. Siamo in quella terra meravigliosa che si chiama Sardegna.

Nello stagno di Santa Caterina viveva un bellissimo fenicottero. I suoi genitori l’avevano chiamato Efisio, ma lui si faceva chiamare “Principe”. E’ vero che era bellissimo, ma si dava tante di quelle arie che nessuno lo poteva più vedere. Si pavoneggiava nello stagno dalla mattina alla sera, quando camminava sulle lunghe zampe faceva attenzione a fare dei passi perfetti mettendo una zampa davanti all’altra e tirando le punte come una ballerina. Era poi convinto che in posizione di riposo, con la zampa alzata e piegata, era il più bel fenicottero dell’universo.


Quando diventò adulto, sempre più tronfio e pieno di sé, e venne il momento di trovare una compagna, il problema si pose in modo drammatico: tutte le fenicottere lo trovavano bellissimo, facevano a gara per farsi vedere a spasso con lui nello stagno o gli si avvicinavano quando era in volo per farsi fotografare dai turisti di passaggio appostati sulle rive. Ma a creare una famiglia con lui non ci pensavano proprio: lungi da loro l’idea di dare un simile padre alla loro discendenza!...

Anche nelle saline di Carloforte c’è una colonia di fenicotteri. Erano tutti una grande famiglia ed erano molto uniti. Anticamente passavano la loro estate in Liguria, nella zona di Pegli, ma con i cambiamenti climatici e l’urbanizzazione di questo secolo avevano preso l’abitudine di fermarsi nell’isola di Carloforte.

In questa colonia viveva Anna, una fenicottera come le altre, ma molto sveglia e intelligente. Gli altri fenicotteri avevano preso l’abitudine, quando avevano un problema, di chiedere consiglio a lei: Anna accoglieva tutti con grande gentilezza, sempre sorridente, dava i suoi consigli senza mai far pesare la sua grande capacità e le sue conoscenze. La sua fama era arrivata fino allo stagno di Santa Caterina e i genitori di Efisio, disperati di vederselo sempre intorno e senza famiglia, si recarono da Anna per chiedere consiglio. Lei li accolse con molta cordialità, si fece spiegare bene la situazione e chiese qualche giorno per riflettere: una simile situazione non le era mai capitata.

Qualche giorno dopo i fenicotteri di Santa Caterina si alzarono in volo: erano tutti d’accordo e quando sorvolarono le saline di Carloforte si confusero con i volatili di quella colonia, anche loro d’accordo con Anna, e senza che se ne accorgesse Efisio si trovò in mezzo a loro e fu costretto ad ammarare nella loro zona. 


Lì nessuno lo conosceva e i carlofortini fecero finta di non vederlo nemmeno. Se lui si avvicinava ad un gruppo loro volavano via. Se tentava di farsi ascoltare, facevano finta di non capire la sua lingua, se tentava di alzarsi in volo per tornare a casa sua gli altri uccelli gli facevano tanta confusione intorno che non trovava la direzione giusta. Efisio dovette anche abituarsi a pescare per procurarsi il cibo, cosa che non aveva mai fatto fino ad allora. Un giorno, inesperto com’era, tentò di “pescare” addirittura un tonnetto che, niente affatto d’accordo per diventare la sua cena, gli dimostrò chiaramente il suo dissenso addentandogli la zampa che di solito piegava sotto di sé. La zampa gli rimase un po’ storta da quel momento ed Efisio cominciò a rendersi conto che non era poi così bello e che doveva imparare a convivere con gli altri e ad adattarsi alla quotidianità. Quanto ad Anna, tutto sommato Efisio lo trovò bello davvero e vederlo così in difficoltà le faceva pena: ma aveva preso un impegno con i genitori del Principe e lo portò a termine. Solo quando lui venne da lei e le chiese umilmente come doveva fare a tornare a casa, ormai rinsavito dalle sue manie di grandezza, il suo compito era finito.


Anna riaccompagnò Efisio nel suo Stagno. E qualche giorno dopo Efisio tornò a Carloforte per chiederle se voleva diventare la mamma dei suoi futuri piccoli. Anna accettò, anche se non era abitudine del suo stormo creare famiglie con estranei. E da allora le cose vanno benissimo: Efisio, quando si sente qualche velleità di arie, guarda la sua zampa rimasta un po’ storta e si rimette sulla dritta via. Tutti i fenicotteri, sia quelli dello stagno che quelli della salina, quando vedono i propri cuccioli darsi un po’ di arie, raccontano loro la storia del Principe e tutto rientra nella norma.

Le foto che avete visto in queste pagine vengono tutte dai luoghi di cui abbiamo parlato e dalla zona di Cagliari e di Carbonia. Se volete vedere i fenicotteri come li ho visti io, andate in Sardegna: nuovi amici vi aspettano per farvi vedere questa e tante altre bellezze di quest’isola da sogno.

Cane


Storia vera

Venerdì sera, tornando a casa ero veramente stanca. Ambrogio, il mio capo, ha parcheggiato la macchina proprio davanti a casa ed io mi apprestavo a caricarmi di sacchetti del supermercato per entrare: come al solito ho dato un’occhiata in giro e vicino ad un gruppetto di persone che parlavano ho notato un cane marrone, abbastanza grande, che girovagava. Era un labrador.

Quando mi ha visto ha attraversato la strada e, a rischio di farsi investire da una macchina che passava, è venuto a farmi le feste. Ci sono abituata, credo che i cani sappiano chi li ama e chi no, e spesso incontro cani che mi fanno le feste anche senza conoscermi: abbiamo un “feeling”. Ma questo aveva qualcosa di strano, si guardava intorno, andava a sniffare tutte le macchine parcheggiate, correva di qua e di là senza meta. Ho capito che si era perso.



Quando mi sono mossa per entrare a casa, il cane mi ha seguito, è entrato nel giardino e poi, quando ho aperto la porta di casa è entrato ed è andato diretto in cucina. Gli ho messo subito una ciotola perché bevesse, se aveva sete, e ho cominciato ad osservarlo. Ambrogio lo ha accolto molto bene, era anzi preoccupato per lui. Naturalmente ho subito telefonato ai Carabinieri, ma i cani non sono di loro competenza e mi hanno detto di chiamare i vigili. “Se ci porta qui il cane, mi hanno detto, dobbiamo trasferirlo al canile e quello più vicino le assicuro che non è un posto piacevole…”

L’unica soluzione era ospitare il mio nuovo amico in attesa di  tempi migliori.



Così gli ho preparato un bel piatto di pasta con la carne, che ha mangiato con gusto, gli ho spiegato che per quella sera non potevo fare altro per lui e che stesse tranquillo, che l’indomani avremmo cercato e trovato il suo padrone. Poi ci siamo messi a guardare la TV. Più tardi è tornata dal lavoro anche Anna, mia figlia, e il cane le è andato incontro e le ha fatto un sacco di feste: a momenti le saltava in braccio! Le ha leccato tutta la faccia, mordicchiato le mani e le ha dimostrato tutta la sua simpatia. Devo dire che anche lei ama molto i cani. Si è subito preoccupata perché non sapeva come chiamarlo, ma indovinare il suo nome era un’impresa troppo complicata: io lo chiamavo “Cane” e lui rispondeva e obbediva molto bene. 

Dopo una breve passeggiata ho spiegato a Cane che era ora di andare a dormire. Lui si è messo in un punto strategico ai piedi della scala, si è sdraiato quasi per spiegarmi che aveva capito e che potevo andare a dormire tranquilla anch’io.



L’indomani mattina sono andata dai vigili. Sono stati molto contenti che avessi ritrovato Cane la cui scomparsa era stata segnalata: si era spaventato per un forte tuono ed era scappato di corsa da casa sua. “La sua padrona è una signora anziana che si dispera di averlo perso, e lo sta cercando dappertutto…” mi hanno dato il suo indirizzo e l’ho riportato a casa sua, con gran dispiacere: era così affettuoso che me lo sarei tenuto volentieri.

Domenica mattina la sua padrona è venuta a portarmi un vaso di bellissimi fiori per ringraziarmi. C’era naturalmente anche Cane che mi ha fatto molte feste.

  
Ah! Dimenticavo di dirvi che è una femmina e che si chiama Ortensia. E i fiori che la padrona di Cane mi ha portato erano ortensie.    

lunedì 14 novembre 2011

La famiglia Topiniz

C’era una volta in un paese lontano una famiglia di topini che viveva in una bella tana. La mamma Topiniz la teneva sempre pulita, specialmente la cucina dove preparava pasti squisiti per il topino capo famiglia e per i topini figli, sette, sempre allegri e pronti ad aiutare la mamma e il babbo. Erano proprio dei bravi topini e mamma e papà erano molto orgogliosi di loro.

La mattina, quando si svegliavano, il papà usciva per raccogliere bacche e altri cibi prelibati (per dei topini, naturalmente!) e i piccoli per andare a giocare all'aria aperta se era una bella giornata. L’unico problema li aspettava fuori dalla loro bella tana: tutti gli animali li prendevano in giro.
“Che brutti!, diceva la gigantesca mucca, così piccoli e inutili”.


“Che brutti e che piccoli”, diceva un’oca che viveva nei dintorni. (“Ma si è mai vista nello specchio?, diceva fra sé e sé Mamma Topiniz…)


“Che brutti!, diceva la pecora. Se almeno avessero i riccioli come me…”


E tutti, da soli o in compagnia, si facevano delle matte risate alle loro spalle. “Sono proprio bestie inutili, dicevano, e antipatiche. Chissà a cosa pensava il contadino quando li ha messi nel suo cortile!”.

Mamma Topiniz diceva sempre ai suoi Topini: “Non badate a loro, fate finta di niente e andate per la vostra strada. Sono solo vicini invidiosi.”
“Va bene, mamma”, dicevano i topini, ma sotto sotto erano molto tristi e un po’ depressi. La mamma che sapeva quanto fossero allegri e servizievoli quando erano nel loro ambiente, non ne poteva proprio più della cattiveria dei vicini e un giorno disse a Papà Topiniz:

“Caro, fammi un favore: quando hai tempo e voglia, scava un’altra galleria che esca dalla nostra casa in un punto diverso da quella che usiamo ora e che porta i nostri piccoli in mezzo a quegli animali maleducati e cattivi”.

“Molto volentieri, cara”. Detto fatto, papà Topiniz andò a prendere una vanga e una pala, scelse un posto adatto e si mise al lavoro. Pochi giorni dopo il nuovo tunnel sbucò alla luce del sole. Quale fu lo spavento del Signor Topiniz quando si vide di fronte un enorme cagnone! Aveva denti grandi quasi quanto lui e aguzzi, non vi dico quanto! Al Signor Topiniz sembrò alto quanto gli alberi intorno! Ma lui era un topino coraggioso: “Buongiorno Signor Cane, disse. Piacere di conoscerla. Mi chiamo Topiniz, ho una compagna e sette bei e bravi topini. Siamo una famiglia tranquilla e non la disturberemo affatto.”



“Sono felice di fare la sua conoscenza e di avervi come nuovi vicini. Non mi disturberete”, disse il cane enorme. Papà Topiniz, rassicurato, infilò la galleria e tornò dalla sua famiglia portando buone notizie: “Ho trovato un cane in fondo alla galleria che ho scavato. Venite a fare la sua conoscenza”. Mamma e figli si lavarono si pettinarono e uscirono a conoscere il nuovo vicino.

Un po’ si spaventarono a vedere le sue dimensioni, ma era così gentile che tornarono a casa rinfrancati. Solo Papà Topiniz si fermò un momento e disse al cane. “La ringrazio di avere accolto così bene la mia famiglia. Mi considero suo debitore e se mai un giorno avrà bisogno di me, mi chiami. Verrò subito in suo aiuto”.
Il cane sorrise e non disse nulla: gli sembrava impossibile che un animaletto così piccolo potesse venire in suo aiuto, lui così imponente e dall’aspetto feroce. Ma  non volle umiliarlo e si limitò a dire educatamente grazie.



I topini erano felici: uscivano quando volevano, salutavano il loro nuovo amico e andavano a giocare nei dintorni. Anche la mamma e il papà erano tranquilli, provvedevano al buon andamento della casa e dei figli e il buon umore tornò nella tana della famiglia Topiniz.

Ma un giorno, anzi una notte, mentre tutti dormivano si sentirono dei lamenti. Erano insistenti e molto forti e papà Topiniz capì subito che doveva essere capitato qualcosa al loro amico cagnone. Scesero dai loro letti e si precipitarono fuori, verso il punto da cui provenivano i lamenti. E trovarono una scena penosa: il loro amico era impigliato in una grande rete, di quelle che servono a tirar su le balle  di fieno alla fine dell’estate.

Da quando si era impigliato aveva tentato di liberarsi, ma aveva fatto peggio: praticamente non riusciva più a muoversi tanto la rete si era intricata intorno a lui.
“Ci pensiamo noi”, disse papà Topiniz. Andò a cercare le cesoie più grosse che aveva, mamma Topiniz prese il grosso coltello da cucina  e i piccoli le forbicine che avevano il permesso di usare. 

Si misero subito al lavoro. Taglia di qua, trancia di là, sciogli un nodo di su e un groviglio di giù, sudavano tutti, ma non mollavano. Il cane non credeva ai suoi occhi: sentiva che la corda si smollava piano piano e vedeva che era merito di quei piccoli animaletti per i quali non avrebbe dato un soldo. E quando spuntò l’alba il cagnone era liberato. I topini distrutti dalla stanchezza, ma felici di aver liberato il loro amico, raccolsero i loro arnesi e si diressero verso la loro tana per farsi una bella dormita anche se era giorno.
“No, no. Un momento…, disse il cagnone. Venite tutti qui e saltatemi in groppa”. I topini non capivano perché, ma obbedirono. Si aggrapparono al folto pelo del cane: da terra praticamente non si vedevano, tanto erano piccoli, papà e mamma compresi, ma tutti gli animali del cortile che si stavano svegliando li videro eccome!



 “Guarda la famiglia Topiniz! Hanno fatto amicizia con il cagnone!  Faremo bene a rispettarli prima che il loro nuovo amico ci dia un bel morso!”  (in realtà non aveva mai morso nessuno, ma bastava un’abbaiata per spaventare tutti gli animali della fattoria e anche dei dintorni).

Da quel giorno nessuno rise più delle dimensioni dei piccoli roditori. La famigliola non fu più disturbata da nessuno e i piccoli crebbero felici con i loro genitori. Quando il cagnone era in vena li portava a spasso, a conoscere i dintorni, o li curava quando giocavano mentre la mamma era occupata in cucina.